sabato 15 dicembre 2012

LA VISITA FISCALE (ovvero, la tortura del malato)



Muriel si svegliò alle cinque del mattino con un terribile mal di testa. Si sedette sul letto e provò vertigini e nausea. Doveva andare in bagno, ma per qualche minuto non riuscì ad alzarsi, poi con grande fatica, appoggiandosi al muro, raggiunse la stanza da bagno e si inginocchiò davanti al wc, vomitò e si sdraiò sul pavimento senza forze. Tremava, sentiva un freddo anormale e una debolezza estrema. Con un altro enorme sforzo si mise in piedi e aprì il mobiletto dei medicinali, frugò con mani tremanti tra le scatole e i flaconi e trovò una scatola di pillole contro l’influenza, ne ingoiò una senz’ acqua, ma subito dopo la vomitò. Come una zombie riuscì a trascinarsi nuovamente a letto,rovesciò il vaso con la pianta che teneva in camera, lasciando cadere un bel po’ di terra  sul pavimento, per prendere il cachepot e tenerlo accanto a sé, in caso avesse ancora bisogno di vomitare.
Cosa che puntualmente accadde diverse volte. Sentiva dolori in tutto il corpo e un malessere fortissimo che le fece quasi desiderare di morire pur di porre fine alla sofferenza. Dalle sue labbra uscivano flebili lamenti. Non poteva dirsi una vera credente, certo non era praticante, ma pregò Dio che la aiutasse a non stare così male. Il tempo le parve passare lentissimo, tra vomito, tremori e un nuovo tentativo di recarsi in bagno e ingoiare un’altra pillola senza poi espellerla. Riuscì a trattenere il farmaco abbastanza a lungo per dargli tempo di avere qualche effetto.
Avrebbe dovuto rimettersi subito a letto e restare tranquilla a riposo, come sarebbe stato logico nelle sue condizioni, invece non le era possibile. Doveva restare attaccata al telefono per avvertire la segreteria della scuola che non poteva andare al lavoro. Non le era concesso riposare e curarsi, ma doveva restare all’erta come una vedetta in tempo di guerra, attendere che giungessero le sette e mezza, l’ora X, l’ora in cui era obbligata ad avvertire che era malata. Finalmente il momento arrivò. A mala pena riuscì a parlare. L’applicata le chiese conferma dell'indirizzo per mandarle la visita fiscale di rito in caso di malattia e le domandò per quanti giorni sarebbe stata assente. Come se una persona potesse sapere in anticipo per quanto tempo sarà malata! Muriel, pur nella sua sofferenza, si domandò se la donna fosse scema. Lei non era medico, come poteva farsi una diagnosi da sola? O forse l'aveva scambiata per un'indovina? Le farfugliò qualcosa sul fatto che, appunto, era il medico a doverlo stabilire e non certo lei che, era ovvio, sperava di ristabilirsi al più presto. Si sentiva troppo male e avrebbe dato qualsiasi cosa per guarire immediatamente, ma purtroppo non dipendeva da lei. La donna della segreteria le raccomandò di comunicarle al più presto i giorni di prognosi. Muriel rispose ok ormai esausta, salutò con un filo di voce e si accasciò nuovamente sul cuscino bagnato del suo sudore, continuando a tremare.
The ill woman -Vasily Polenov
Da qualche parte c’era un termometro, ma non fu in grado di prenderlo per misurarsi la temperatura. Era certa che si trattasse di influenza e, in una situazione normale, avrebbe atteso che le passasse con semplice riposo e ancora qualche medicina. Ma non le era permesso curarsi. L’orrenda burocrazia che imperava nell’ambiente di lavoro, la obbligava a non riposarsi e a restare sveglia. Doveva aspettare ancora che arrivasse un altro momento fatidico, l’ora giusta per trovare il suo medico, anche se Muriel sapeva perfettamente che l’influenza, sia pure terribilmente dolorosa, doveva solo passare e non necessitava di altre cure che il riposo. Per fortuna aveva l’abitudine di tenere il cellulare accanto al letto, ma non aveva molto credito e sperò che le fosse sufficiente per tutte le telefonate che doveva fare. Dovette ancora cercare un altro numero telefonico e attendere che qualcuno rispondesse a scuola, per avvertire i colleghi che non sarebbe andata al lavoro. Ma non era finita lì. Fu costretta a programmare la sveglia per le otto e venticinque, per svegliarsi in caso si fosse addormentata e tenersi pronta per chiamare il medico, il quale iniziava a rispondere da casa ai pazienti alle otto e mezza. Doveva ad ogni costo riuscire a comunicare con lui nella mezz’ ora che il dottore dedicava alle telefonate, fino alle nove, ora in cui il medico staccava il telefono per uscire e iniziare il suo giro di visite.
Muriel si addormentò, ma fu immediatamente risvegliata da un altro conato, vomitò nel porta vaso, andò in bagno reggendosi alla parete e ai mobili, fece pipì e con un ulteriore sforzo tornò a letto. Si riaddormentò e si risvegliò al trillo della sveglia del cellulare. Le otto e venticinque. Iniziò a comporre il numero del medico. Dall’altra parte sentì suonare a vuoto. Rifece il numero diverse volte, sperando e pregando che rispondesse. Otto e mezza. Riprovò e trovò già occupato.
Merda! esclamò Muriel dentro di sé senza avere la forza di esprimersi a voce. Qualcuno l’aveva preceduta di qualche secondo. I brividi continuavano e Muriel non riusciva neppure a tenere gli occhi aperti, la testa le martellava furiosamente, aveva un gran bisogno di riposo, invece dovette restare attaccata al telefono per trovare il dottore. Vomitò ancora due o tre volte. Erano quasi le nove, si sentiva ancora peggio per lo sforzo e per lo stress nel trovare il numero sempre occupato. Finalmente, quando ormai disperava di parlare con lui, il medico rispose. Muriel riuscì a malapena a spiegargli come si sentiva. Lui, come era logico, le prescrisse riposo assoluto e le disse che sarebbe venuto al più presto a visitarla.
Finalmente poteva rilassarsi e riposare? No, certo, perchè nel frattempo doveva restare ancora sveglia e allerta. Da un momento all'altro avrebbe potuto citofonare un tizio che chiamano medico fiscale e che in effetti è solo un controllore, sia pure laureato in medicina. Il tizio può arrivare in qualsiasi momento in casa di un malato, quindi la persona che ha la sventura di ammalarsi ed è sola non può curarsi, no, ma deve rimanere alzata e attendere il tormentatore. Se per caso l’ammalato crolla sotto l’effetto degli analgesici o degli antipiretici e non sente il citofono o il campanello di casa, e quindi non apre al controllore, viene considerato assente e gli trattengono i soldi della paga per tutto il periodo della malattia. Un modo come un altro per annientare i lavoratori. In alto loco, invece, si permettono tutto e di più, ma i poveri semplici lavoratori malati vengono torturati così, dato che le leggi odierne hanno abolito i vecchi sistemi di tortura, frustate, catene, garrota e altri strumenti caduti in disuso. Oggi i metodi di tortura per gli schiavi sono molto più sottili...
Muriel dovette così restare sveglia sui cuscini un po’ alzati. Non aveva nessuno, era divorziata e abitava da sola, la sua famiglia viveva in un altro paese a 2000 chilometri di distanza e l’unico suo figlio era negli States per un corso di specializzazione. Nessuno avrebbe potuto aprire né al medico né al controllore, tranne lei. Così la povera donna, nel timore di non sentire suonare, si trascinò nella piccola sala-ingresso, dove però il divano era troppo corto per potersi sdraiare comodamente.
Si era dimenticata il cachepot in camera. Ebbe un nuovo attacco di nausea e non riuscì ad affrettarsi in bagno. Vomitò sul pavimento. Proprio in quel momento udì il citofono. Colta dal timore di non rispondere in tempo, cercò di correre ad aprire, ma, debole e stanchissima, scivolò sul suo vomito. Si fece male ad un braccio, cercò di rialzarsi, mentre il gracchiare del citofono risuonò di nuovo nelle sue orecchie come un terribile allarme. Un allarme, sì, che le suggeriva di rispondere subito se non voleva rischiare di essere considerata ingiustamente un’assenteista. Sporca  di vomito e maleodorante, strisciò fino
alla porta, alzò il braccio rimasto sano e staccò la cornetta del citofono, si aggrappò all’apparecchio per alzarsi e aprire allo sconosciuto controllore. Il corpo del citofono fece un rumore strano e si staccò parzialmente dal muro e lei rimase lì a terra, dolorante, incredula. Si mise a piangere. Dopo alcuni minuti suonarono alla porta. Il tipo doveva essersi fatto aprire il portone da un vicino. Muriel si protese verso la serratura, le sembrò di gridare ripetutamente aiuto e non si accorse di essersi limitata a un flebile lamento.
Ophelia-John Everett Millais (particolare)
Qualcuno bussò e disse “medico fiscale!” Lei allora, con la pochissima forza che le restava, riuscì a dare colpi alla porta con la mano, facendo sapere che era in casa. 
“Apra, prego, sono il medico fiscale!” ripetè la voce all’esterno.
Muriel si aggrappò alla sbarra della serratura, in qualche modo riuscì ad aprire e si accasciò nuovamente a terra. Il controllore spinse la porta, spostò il corpo quasi inerte di Muriel ed entrò.
“Buongiorno”  disse. “Che succede?” chiese con tono impersonale.
Muriel non aveva la forza di rispondere, gli indicò con la mano il vomito sul pavimento e cercò di trascinarsi verso il divano, provando, nonostante le sofferenza e la debolezza, un vago senso di pudore nel mostrarsi in quelle condizioni ad un perfetto estraneo. Il controllore le chiese se riuscisse a stendersi e Muriel si arrampicò sul divano, si sdraiò. Il controllore le posò una mano gelida sulla fronte. “Ha temperatura?” .
“Stronzo!” pensò Muriel mandandolo mentalmente affanculo. Rispose con un gesto che voleva significare che non sapeva. Il tipo le chiese di mostrargli un documento. Un documento? Che documento? Muriel lo guardò con aria sofferente e sorpresa.
“Un documento di identità!” specificò il controllore con aria seccata. Doveva controllare che fosse lei l’ammalata. Cosa? Era forse sospettata di qualche reato? Nemmeno fosse la polizia! Ma già, questa è una specie di Gestapo, solo apparentemente più soft, la Gestapo dei lavoratori.
Mengele, medico nazista
Non uccide subito i deboli, con un colpo di pistola, ma li ammazza lentamente, a poco a poco, con metodi nuovi e molto più sottili, impercettibili...Muriel non ricordava neppure che borsa avesse avuto il giorno prima, quella grande in finta pelle nera che teneva appoggiata alla cassettiera? o la piccola che di solito lasciava sull’appendiabiti accanto alla porta? Si guardò attorno e scorse la grande borsa nera sulla cassettiera, le parve di aver avuto quella. La indicò al controllore che ebbe la bontà di andare a prenderla e porgergliela. Lei ci frugò dentro, estrasse la busta con i documenti, sfilò la carta d’identità, la tese al tizio in piedi davanti a lei. Si sentiva come un’ebrea davanti ad un nazista che, senza pietà, deve decidere del suo destino, senza riguardo per le sue precarie condizioni di salute. Il nazista (ooops, il medico fiscale!) controllò il documento, guardò Muriel e glielo restituì. Poi tirò fuori un termometro dalla sua valigetta, le chiese di metterlo. “So io dove te lo metterei, schifoso torturatore di malati!” fu un altro vago debole pensiero di Muriel. Si mise in silenzio il termometro sotto l’ascella. 39 gradi. Non ci voleva il termometro né un qualunque estraneo che veniva a sottoporla a una tortura legale a domicilio perchè lei capisse di avere la febbre!
Il tipo le chiese se avesse il certificato del suo medico. Come faceva ad averlo, se aveva appena avuto il tempo di chiamarlo e il dottore aveva altri pazienti da visitare? Lei non aveva certo un medico privato a sua completa disposizione! Tentò di spiegare la cosa al tizio, che iniziò a compilare un modulo e alla fine sentenziò che Muriel aveva l’influenza. Le prescrisse tre giorni di cure e di riposo, le fece firmare il modulo, cosa che lei riuscì a fare stento, e gliene porse una copia. Muriel non riuscì a tendere la mano, il controllore posò il foglio sul tavolino di fianco al divano.
“Se non sarà guarita, fra tre giorni richiami il suo medico.” disse il controllore. Poi il tizio la salutò e uscì frettolosamente dall’appartamento.
Muriel doveva ripulire il suo vomito, ma non aveva la forza di farlo. Doveva telefonare nuovamente in segreteria per dire per quanti giorni sarebbe stata assente. Loro volevano saperlo con urgenza, come se si fosse trattato di una questione di vita o di morte. Naturalmente lei doveva fare ancora attenzione al citofono per aprire al suo medico, quello che faceva davvero il suo mestiere per curare la gente e non per tormentare i malati come i medici nazisti e che doveva ancora visitarla come si deve. Si sentiva così male che di nuovo desiderò morire pur di evitarsi quella sofferenza e quella fatica che le sembravano davvero insopportabili. Si ricordò che il citofono era mezzo staccato dal muro. Non sapeva se avrebbe funzionato lo stesso. Dentro di sé ebbe il vago pensiero che in seguito avrebbe dovuto chiamare qualcuno per farlo riparare, ma quel pensiero le sfuggì subito, sovrastato da quello del vomito per terra da pulire e dal fetore che emanava. Il citofono, sia pure in cattive condizioni, funzionava. Ne udì il gracchiante suono mentre iniziava a comporre il numero della segreteria dal telefono fisso nel salottino. Lasciò il telefono, scivolò dal divano e andò ad aprire con un immane sforzo, senza rispondere, sperando che si trattasse del vero dottore. Era proprio lui.
Il professionista si accorse subito che Muriel stava molto male. La sorresse e la accompagnò a stendersi sul divano. Notò sul pavimento il vomito di cui ovviamente aveva già avvertito l’odore. Muriel gli indicò il foglio del controllore sul tavolino, il medico lo scorse in fretta, lesse la diagnosi. Le tastò il polso, le chiese se avesse preso qualche medicinale, lei rispose con la poca voce che le usciva dalle labbra secche  per la febbre. Il medico la auscultò e proseguì la visita, le misurò la pressione, confermò la diagnosi del controllore, ma disse che probabilmente non sarebbero bastati tre giorni per guarire completamente.
“Di sicuro saranno necessari altri due o tre giorni”  e le prescrisse farmaci e riposo. Poi andò in cucina, le portò un bicchiere d’acqua, le disse che con la febbre doveva tenersi idratata. Doveva cercare di bere, anche se la nausea glielo rendeva difficile. Le chiese dove poteva trovare un secchio e degli stracci e senza aspettare risposta andò nuovamente in cucina, aprì lo sportello sotto il lavandino e la porta del ripostiglio, tornò e pulì il pavimento. Muriel guardò con gratitudine questo angelo salvatore, poi in qualche modo gli chiese il porta vaso che era rimasto in camera e lui andò a prenderlo. Il medico vide il vomito nel contenitore, lo svuotò e lo portò da Muriel. “C’è qualcuno che può venire ad assisterti?” le chiese, conoscendo la sua situazione familiare. Il medico e Muriel avevano una certa confidenza sviluppatasi negli anni. Alla risposta negativa di Muriel il medico disse che sarebbe tornato il giorno dopo a vedere come stava. “Ora devo andare, ho altri malati che mi attendono...” Poi le chiese “Come fai per comprare le medicine?”. Muriel fece un gesto come per dire non so...
“Va bene, te le prendo io nella farmacia qui vicino, te le porto, poi mi rimborserai...” E lui così fece.
“Un medico di altri tempi, più unico che raro... “ pensò Muriel. Si ricordò che non aveva ancora avvertito la segreteria della durata della sua assenza. Telefonò e, finalmente, la tortura dovuta alla assurda burocrazia scolastica sembrò essere terminata. Ma non era così. Vollero il certificato medico, doveva consegnarlo entro tre giorni. Non c'era ancora la possibilità di inviarne una copia per via telematica, doveva portarlo lei stessa, non c'era altro modo, ma non aveva nessuno che potesse venire a casa, ritirare il certificato e consegnarlo in segreteria. Chiese se fosse possibile portarlo direttamente il giorno del suo rientro al lavoro, prima di andare a scuola. La segretaria rispose di sì, ma l'avvertì  "Non più tardi, mi raccomando!"
Dopo tre giorni Muriel stava decisamente un po’ meglio. La febbre era quasi scomparsa, la nausea appena percettibile di quando in quando, ma non era ancora guarita, continuava a sentirsi debolissima e si reggeva a malapena sulle gambe. Il quarto giorno Muriel era in procinto di chiamare di nuovo la scuola per dire che ancora non poteva rientrare. Ma il ricordo della tortura a cui era stata sottoposta solo tre giorni prima e l'assurda questione del certificato da consegnare subito la bloccarono.
Era costretta a tentare di prepararsi e di recarsi al lavoro, nonostante in alcuni momenti fosse ancora scossa da qualche brivido. Sempre molto debole, assunse le vitamine e il medicinale specifico contro i sintomi dell’influenza, fece una doccia veloce rischiando di svenire sotto il getto di acqua calda, ma riuscì a vestirsi e ad uscire. Sul momento, andare fuori e lavorare malata le sembrò più sopportabile della tortura subìta il primo giorno di malattia, ma una volta in strada...                         
Una volta in strada Muriel si accorse che non sarebbe riuscita a reggersi a lungo in piedi. Doveva fare una piccola deviazione fino alla segreteria della scuola, che si trovava a poche centinaia di metri da casa sua, per consegnare il certificato, ma, nelle sue condizioni, arrivare fin là le parve un’impresa impossibile. Si appoggiò ad una delle auto parcheggiate lungo il marciapiede, cercò di radunare le forze e di proseguire. Camminò ancora continuando a reggersi al muro, svoltò l’angolo e non riuscì più ad andare avanti. Casa sua era lì, pochi metri più indietro, era lì che avrebbe dovuto trovarsi ora, nelle sua stanza, nel suo letto, a riposarsi, lasciando che l’influenza seguisse il suo corso e passasse. Ma ignobili leggi la costringevano ad essere torturata solo perchè si era ammalata, come se si  trattasse di una colpa da espiare, di un reato per cui doveva essere condannata. Anche se non c’era nessuno accanto a lei a minacciarla con la frusta in mano o con il mitra spianato, la condanna incombeva su di lei in modo ben più sottile. Si sentiva vittima di un sistema orrendo in cui, con estrema ipocrisia, nascondendo le sue reali intenzioni, l’autorità suprema aveva trovato il modo per tormentare i lavoratori malati, gli schiavi senza catene che solo qualche decennio prima si erano illusi di avere conquistato la libertà.
Rechts! Links! A destra! A sinistra! Queste parole tedesche, imparate dalle cronache e dai film sui lager, le martellavano in testa. Così i nazisti, ad ogni sommario controllo, dividevano i lavoratori sani da quelli malati, quelli che potevano sopravvivere e continuare a lavorare da quelli che, ritenuti inutili, dovevano essere soppressi. La differenza stava soltanto nel metodo e nella maggiore sincerità dei nazisti.
Questi, nonostante tutte le atrocità, non si erano mai presi la briga di nascondere totalmente le loro idee ed intenzioni e c’era stato chi aveva potuto combatterli per i loro metodi considerati crudeli. Ora, invece, la povera Muriel, ed altri come lei, erano costretti a fare i conti con una orrenda autorità che sembrava non avere neppure un nome, nè una connotazione precisa. Era un’entità potente e multiforme che aveva deciso di sottoporre un gran numero di individui ad una crudele selezione basata sulle condizioni di salute, una mostruosa entità che intendeva eliminare i malati e i deboli con mezzi subddoli celati dietro termini apparentemente innocui. Quell’entità ora incombeva su Muriel che, appoggiata al muro, stava scivolando non più in grado di reggersi sulla gambe malferme.
La poveretta si accasciò per terra e restò lì, sotto lo sguardo curioso o indifferente di qualche passante assonnato, finchè una signora sudamericana si fermò, si chinò su di lei e si offrì di aiutarla.
“Vuole che chiami un’ambulanza?” le domandò. 
Muriel fu grata di quell’interessamento. Le immagini sui nazisti scomparvero dalla sua mente lasciando il posto al ricordo di un racconto mai più udito da anni, la parabola del buon samaritano. La donna sudamericana la aiutò ad alzarsi, la guidò nel bar lì vicino, la fece sedere. Il barista si accostò alle donne, si accorse subito che una stava piuttosto male, scambiò qualche parola con l’altra.
“Le porto un tè? Un caffè?” ha bisogno di mangiare qualcosa? O preferisce andare all’ospedale? Possiamo chiamare qualcuno che venga a prenderla??”
“Devo andare al lavoro...” sussurrò Muriel.
“Ma che lavoro e lavoro! Signora, in questa condizioni pensa al lavoro?” esclamò il barista.
“Vada a casa almeno, si metta a letto”  aggiunse la donna.
Già, come se fosse semplice. Ma voi non sapete quante difficoltà, quanto male mi faranno se avverto che sto male? pensò Muriel senza riuscire a spiegarlo. Eppure sapeva benissimo di non essere in condizioni di andare a scuola, nè di raggiungere la segreteria. Chssà se quelle due brave persone potevano fare ancora qualcosa per lei.
Il Buon Samaritano
Con un filo di voce chiese al barista se fosse disposto a fare una telefonata per lei. “Dal mio cellulare” aggiunse, tirando fuori con un grosso sforzo il telefonino dalla borsa. Fu un po’ difficile far capire all’uomo che era una questione così complicata. Il barista avrebbe dovuto avvertire la segreteria della scuola che Muriel si era sentita male per strada e non poteva andare nè al lavoro nè a portare il certificato del medico per l’assenza dei tre giorni precedenti. La segretaria volle parlare con lei e alla fine  riuscirono a mettersi d’accordo sul proseguimento dell’assenza. “Ci vuole il certificato però!”.
“Ma io non ho nessuno che lo possa portare lì da voi, non so neppure se riuscirò a tornare a casa...” mormorò con il poco fiato che aveva.
Chiedere al barista o alla donna gentile che l’aveva soccorsa di fare anche questo per lei le sembrava troppo. L’uomo nel frattempo doveva servire al bar, la signora doveva recarsi anch’essa al lavoro. Muriel, disperata, non sapeva davvero come fare. Senza la consegna del certificato la sua assenza sarebbe risultata ingiustificata. Farfugliò un po’ confusa per la febbre che le era salita, cercando di far capire ai due soccorritori che lei doveva assolutamente andare fino alla segreteria, non era molto lontana, poi era meglio cercare di andare a scuola o l’avrebbero tormentata nuovamente. La donna sudamericana capì presto il problema.
“Mi passi il cellulare” disse e si mise a parlare velocemente ad alta voce con la segretaria, le spiegò la situazione ed ottenne di parlare con il direttore della scuola al quale ripetè tutto in tono concitato. Muriel udì frasi come “trattamento disumano......ma venga lei a vedere fin qui...ma che modi sono... “ . Poi la donna aggiunse qualche “ok” e “si, si, gracias...” salutò e poi passò il telefono a Muriel.
“Per questa volta le concedo di portarmi il certificato appena sarà guarita – disse il direttore a Muriel- ma se è fuori vada subito a casa, devo mandarle la visita fiscale!”
Il preside (da The Wall-Pink Floyd)
“Fanculo lui e la visita fiscale!” pensò Muriel senza dirlo. E nella sua sofferenza pensò che doveva assolutamente lasciare quel tipo di lavoro in cui si viene trattati così male non perchè si sia fatto qualcosa di sbagliato, ma semplicemente perchè ci si è ammalati! Il problema era che lei aveva bisogno di lavorare e al momento non poteva fare a meno di quel posto.
La signora sudamericana fu così gentile da accompagnarla fino al portone, entrò con lei, decise di sorreggerla anche in ascensore e fino alla porta di casa.
“E’ stata un angelo-  la salutò Muriel- non so come ringraziarla...” la invitò ad entrare.
“De nada. Un pochino di umanità, niente altro. Si curi. Ma ora scappo al lavoro” e se ne andò.
Muriel richiuse la porta e si sedette sul pavimento. Il medico fiscale, il controllore, doveva tornare, ricontrollare. Sapeva che se si fosse messa a letto non avrebbe più avuto la forza di alzarsi al suono del citofono o del campanello. Restò lì in ingresso, con il cappotto e la sciarpa, la borsa ancora a tracolla. Si sdraiò sul tappeto e si addormentò. Si svegliò alcune ore dopo con la necessità di andare in bagno, ricordando che nella sua sofferenza non le era nemmeno venuto in mente che avrebbe dovuto telefonare al suo medico anche questa volta. Guardò l’ora e si accorse che non l’avrebbe trovato nè in studio nè a casa. Provò lo stesso a chiamare entrambi i numeri, ma non rispose nessuno. Sapeva invece che il medico fiscale sarebbe giunto implacabile in un momento qualsiasi della giornata. Non poteva andare a letto al caldo e, finalmente, curarsi. Si tolse il cappotto e indossò qualche indumento più comodo sopra i vestiti, mise ancora due maglioni e, con fatica, si infilò gli scaldamuscoli e un paio di calzettoni, strappò il piumino dal letto e se lo avvolse intorno. Barcollando, alzò il riscaldamento, quindi si sdraiò nuovamente sul tappeto dell’ingresso ad aspettare il controllo del nuovo torturatore.
Si riaddormentò, dimenticando di puntare la sveglia del cellulare ad un’ora in cui le fosse possibile chiamare il suo medico in studio.
Fu il citofono a svegliarla trovandola infreddolita e tremante nonostante tutto ciò che si era messa addosso. Con un notevole sforzo si protese verso l’apparecchio mezzo staccato, premette il pulsante per aprire senza chiedere neppure chi fosse. Poco dopo suonarono alla porta. Si alzò reggendosi al muro, aprì e si ripetè più o meno lo stesso assurdo rito di tre giorni prima: mi mostri un documento, che cosa ha, che cosa si sente... Il controllore non le volle misurare la temperatura, era fin troppo chiaro che la donna stava malissimo. Le prescrisse altri due giorni di riposo, ma le raccomandò di farsi fare il certificato dal suo medico di famiglia. Perchè, non basta quello del controllore? si domandò Muriel. Non è forse anche lui un laureato in medicina??? Che assurda burocrazia!
Un altro foglio da firmare e finalmente l’uomo se ne andò, soddisfatto di avere compiuto il suo dovere di aguzzino. Muriel si riavvolse nel piumino del letto, si trascinò sul divano e ripetutamente cercò di contattare il suo dottore in studio. Trovò a lungo occupato, ma dopo innumerevoli tentativi riuscì a parlargli. Il medico a quel punto non poteva fare altro che confermare la prognosi del controllore, ma le promise di andare a vederla la sera. Dopo la visita, e solo allora, finalmente a Muriel fu concesso di mettersi a letto e curarsi. Quei due giorni, più il sabato e la domenica, sperava sarebbero stati sufficienti a farla guarire del tutto.
Non fu proprio così, ma il lunedì seguente era almeno in grado di uscire senza troppi problemi. Portò i due certificati in segreteria, poi si recò al lavoro. Benchè ancora un po’ debole, riuscì a svolgere i suoi compiti e nel giro di pochi giorni fu del tutto guarita. Fisicamente si era rimessa, ma il trattamento crudele a cui era stata sottoposta in un momento di fragilità e di malattia avevano lasciato un segno in Muriel.
Non riusciva a cancellare il ricordo della sofferenza che il mostruoso apparato burocratico le aveva riservato proprio quando aveva avuto maggiormente bisogno di essere lasciata in pace, curata, assistita. E, come se il danno alla sua salute non fosse bastato, nella busta paga del mese successivo le furono trattenuti dei soldi. Non solo aveva dovuto subire un trattamento degno dell’Inquisizione, non solo aveva dovuto spendere un po’ del suo già magro stipendio per comprare le medicine e le vitamine, ma, invece di ricevere un supporto economico per le spese mediche, le avevano anche preso del denaro per ogni giorno di malattia. Oltre al danno, la beffa! Beffata per essere stata malata, tormentata invece di essere lasciata a curarsi, costretta a subìre le angherie di un’entità potente che godeva nel fare male ai poveri lavoratori. Come è logico aspettarsi, un simile trattamento contro un essere umano non può che sfociare in un forte sentimento di rabbia e di odio verso gli aguzzini, misto a paura per quello che potrebbe ancora accadere in futuro. Da quel momento, l’esperienza traumatica dei maltrattamenti subìti le fece temere di ammalarsi di nuovo. Il ricordo del tormento di quei giorni non la abbandonava mai, sentiva che non sarebbe stata in grado di sopportare tutto un’altra volta, ma era impossibile avere la certezza di non ammalarsi più. Iniziò a vivere nel terrore che accadesse di nuovo.
In seguito si vaccinò contro l’influenza, ma potevano esserci altre malattie in agguato, specialmente con il suo lavoro, sempre a contatto con germi di varia natura di cui i suoi alunni erano facilmente portatori. Nonostante il vaccino, l’inverno seguente l’influenza la colpì in forma più leggera, ma per ben quattro volte. Muriel, sentendosi male in modo meno grave delle volta precedente, cercò sempre di recarsi al lavoro anche se malata, ma naturalmente contagiò i colleghi e gli alunni. Ebbe anche qualche ricaduta e, pur riuscendo a organizzarsi meglio con le telefonate, i certificati e le visite, subì da malata il solito trattamento inumano.
La goccia che fece traboccare il vaso arrivò con un fortissimo mal di schiena. Ne aveva sofferto qualche anno prima, poi non le era più capitato. Per precauzione teneva sempre pronte le iniezioni antiinfiammatorie e antidolorifche in caso le servissero. Aveva imparato a farsele da sola, quello non sarebbe stato un problema.
Un mattino si svegliò con dolori atroci alla schiena che non le permisero di alzarsi dal letto se non dopo molti tentativi che la fecero letteralmente urlare ad ogni minimo sforzo di muoversi. Fu costretta di nuovo a restare a casa, dovette avvertire la solita segreteria. Telefonò dal cellulare che ormai aveva preso l’abitudine di tenere sul comodino, poi chiamò il suo medico. Ora, però, chi avrebbe aperto la porta? Suo figlio, già da tempo rientrato dagli Sati Uniti, si trovava in Canada per un nuovo corso di specializzazione. Muriel era terrorizzata al pensiero di non essere neppure in grado di alzarsi per recarsi in bagno. Eppure, nonostante il dolore fortissimo, doveva assolutamente riuscirci. Fu sfiorata dall’idea di farsi ricoverare in ospedale. Avrebbe potuto chiamare un’ambulanza, ma poi le sembrò un’ipotesi assurda. L’ambulanza per un semplice anche se dolorosissimo mal di schiena!
Uno spreco di risorse da utilizzare per casi gravi, per gente magari in pericolo di vita. Muriel cercò di spostare il corpo nel letto, gridò per il dolore lancinante, si fermò per alcuni minuti. Doveva per forza urinare, farla nel letto sarebbe stato orribile. Si mosse ancora con dolore, si fermò di nuovo e a poco a poco, tra una fitta e l’altra, dopo quasi un’ora riuscì a rotolare giù sullo scendiletto. Si fermò ancora e dopo un poco riprese a muoversi fino alla porta. Stava per farsela addosso. Aggrappatasi allo stipite, con movimenti lentissimi e dolorosi come pugnalate, urlando ad ogni mossa, si mise quasi in piedi, piegata in un modo strano. Era l’unico modo in cui poteva avanzare, sia pure dolorosamente, soprattutto quando metteva avanti la gamba sinistra. Fare pipì fu un’impresa, ma ci riuscì. Il problema, a questo punto, fu rialzarsi dal water.

Iniziò a pensare a come affrontare la giornata. Due medici dovevano venire a casa, il suo medico e il controllore. A che ora sarebbero venuti, non poteva saperlo. Come l’altra volta non le era permesso restare a letto. Rimanere lì seduta fino a quando non le fosse passato il dolore? Non era possibile, doveva muoversi per farsi le iniezioni. Con la paga che prendeva non poteva permettersi un’infermiera a domicilio. La sua sofferenza fu per un momento sovrastata da un’ondata di furore per l’ulteriore atto di estrema ingiustizia con cui stavano per colpirla nuovamente approfittando del suo momentaneo stato di malattia. Cercò di calmarsi, ma la rabbia e un senso di impotenza assoluta le facevano torcere lo stomaco. Non era possibile sottoporre un essere umano a un simile trattamento, eppure lei, e chissà quanti altri come lei, erano vittime impotenti di questa mostruosa entità che infieriva su di loro mentre erano malati, proprio quando avrebbero dovuto solo essere curati, assistiti e lasciati in pace.
Con estrema sofferenza si alzò dal water, piegata in due arrancò fino alla sala e aprì la porta finestra. Per un attimo fu tentata di uscire fuori e gettarsi dal terrazzino. Pensò che avrebbe dovuto lasciare un biglietto per spiegare il suo gesto, il gesto estremo di una vittima dell’ingiustizia.
Poi le venne in mente che le vittime dell’ingiustizia vengono presto dimenticate. I loro sacrifici di solito risultano completamente inutili. Doveva cercare di resistere. Con un ulteriore immane dolorosissimo sforzo, trascinò accanto alla porta d’ingresso una sedia da giardino che teneva sul terrazzino. Vi posò una coperta e un cuscino raccolti lentamente e a fatica dal divano. Quella sedia era l’unica che le consentisse di stare seduta un po’ inclinata in una posizione particolare senza premere troppo sulla schiena.
Tra gemiti di dolore riuscì a infilarsi un pesante maglione e una vestaglia. Aveva sempre odiato le vestaglie, ma questa, acquistata e usata solo anni prima in occasione di un intervento chirurgico in ospedale, aveva tasche capienti e Muriel la trovò utile per infilarvi tutto ciò che poteva servirle durante l’angosciosa e dolorosa attesa: il cellulare, un pacchetto di fazzoletti, un taccuino e una matita, un libro e il telecomando della tv, una fiala di farmaco antidolorifico, una siringa e una bustina di disinfettante monouso. Prese l’ombrello e lo appoggiò alla sedia in modo da poterlo afferrare ed usare per far cadere il ricevitore del citofono e premere il pulsante per aprire il portone. Si sedette sulla sedia proprio attaccata alla porta per arrivare senza troppo sforzo alla serratura. Si avvolse la coperta intorno alle gambe come le consentì il dolore lancinante che provava alla schiena e restò lì per alcune ore. Cercò di leggere, ma si distraeva ogni momento e doveva sempre ricominciare a ripetere le stesse otto righe. Anche tenere il libro in mano e voltare le pagine le causava sempre maggior dolore. Persino riporlo nella tasca della vestaglia le procurò fitte lancinanti. Solo chi l’ha provato può capire quanto sia doloroso fare anche il più piccolo movimento quando si soffre di un simile male alla schiena. Accese la tv e cercò di distrarsi seguendo un programma qualunque finchè arrivò l’ora in cui il controllore per quel giorno non sarebbe più venuto. Si mise a piangere. “Domani... un altro giorno così...no, non posso sopportarlo”. Arrivò comunque il suo medico, il buon dottore gentile. Lei sentì il suono del citofono, alzò con fatica e dolore l’ombrello, fece cadere il ricevitore e senza poter rispondere premette con la punta dell’ombrello il tasto per aprire il portone. Anche questi leggeri movimenti le causarono tremende fitte alla schiena che la fecero urlare. Qualche minuto dopo suonarono al campanello. Muriel si era già preparata faticosamente con la mano sulla serratura. Aprì la porta. Il medico non potè fare altro che constatare il suo stato penoso, prescriverle gli stessi farmaci che stava già usando e, in caso il terribile dolore non le passasse, le avrebbe prescritto anche del cortisone, ma Muriel gli ricordò di essere allergica.
“Lo so che alcuni dicono che non esiste l’allergia al cortisone, che è esso stesso un antistaminico potente, ma che ci vuoi fare, io con il cortisone ho reazioni terribili, un volta che me lo hanno dato stavo per morire soffocata e mi ero gonfiata tutta, lo sai. Dammi qualcos’altro, sto tanto male, non posso muovermi ”.
“Intanto ci vuole anche assoluto riposo” disse il medico.
“Già, come se fosse facile, ma lo vedi come sono ridotta?
Devo restare qui seduta contro la porta perchè quelli mi mandano il controllore, come se fossi una delinquente che finge di stare male per evadere dal carcere!”. Il medico capì la tremenda situazione, ma non poteva fare nulla per lei, se non farla ricoverare, cosa che Muriel voleva a tutti i costi evitare.
“Eppure con un simile mal di schiena potresti avere un’ernia del disco, bisognerebbe fare delle lastre aggiornate, te le scrivo, vai a farle quando stai meglio”.
“Va bene, ma ora cosa posso fare?”
“Non c’è molto che si possa fare se non continuare le stesse iniezioni e stare a riposo più che puoi”.
Per Muriel il giorno seguente fu un altro susseguirsi di tormenti indicibili. Il dolore non era ancora cessato e nemmeno diminuito. La sera aveva puntato la sveglia un’ora prima del presunto inizio del giro del controllore. Era arrivata in bagno con estrema difficoltà e poi si era sistemata nuovamente dalla porta come il giorno precedente. Ad ogni movimento le uscivano dalla bocca incontenibili gemiti di dolore. Si mise a piangere per il male, ma anche per la rabbia di essere completamente impotente di fronte ad una così orrenda ingiustizia. Per fortuna verso mezzogiorno, quando ormai Muriel non riusciva davvero più a sopportare quella tortura e stava quasi decidendo di chiamare un’ambulanza, il citofono suonò. Muriel sperò che si trattasse dell’atteso controllore. Aprì come aveva fatto il giorno prima. Si trattava proprio di lui, finalmente!
L’uomo volle visitare Muriel, le toccò la schiena e lei lanciò un urlo.
“Ma è pazzo questo qui?” si chiese. Doveva essere un sadico, eh già, per fare quel lavoro bisogna per forza essere un po’ sadici. Un torturatore di ammalati, ma che razza di mestiere è?
Il medico confermò la diagnosi e la prognosi del suo dottore. “E vorrei vedere! - pensò Muriel – se questo nazista si permette di dire che conciata così devo andare a lavorare, questa volta veramente mi decido a chiamare un’ambulanza e mi faccio ricoverare. Almeno all’ospedale mi cureranno e potrò riposare. E, in effetti, forse sarebbe meglio se ci andassi davvero. Potrei chiamare un’infermiera ogni volta che mi serve andare in bagno, almeno mi portano la padella e sto a letto, invece di soffrire così”. E Muriel quasi si convinse a farlo.
“Se non altro –pensò ancora Muriel- dai torturatori e dagli eliminatori di malati odierni c’è qualche possibilità in più di difenderci di quante ne avessero i prigionieri malati nei lager o i torturati nei carceri dell’inquisizione. Però è comunque un trattamento incivile e sadico che dobbiamo subire...”. Il timore che le mettessero un catetere per risolvere il problema la fece desistere dal farsi portare all’ospedale. “ Mi ci mancherebbe anche una bella cistite!”
Il controllore se ne andò, forse deluso per non avere potuto infierire più di tanto.
Per altri due giorni la schiena di Muriel le provocò fortissimi dolori e più volte fu tentata di farsi ricoverare. Poi il dolore iniziò ad attenuarsi, ma impiegò quasi due settimane a sparire del tutto.
Il ricordo della tortura però non lasciò più Muriel. A volte in sogno riviveva quelle ore e quei giorni terribili. Quando ripensava al trattamento riservato ai malati, Muriel sentiva aumentare ogni giorno di più la rabbia e la ribellione dentro di sè. Quante volte ancora si sarebbe ammalata nella sua vita? Quante volte ancora l’avrebbero tormentata proprio per questo, invece di lasciarla in pace a curarsi? E quanti altri poveretti come lei sarebbero stati torturati ad ogni malattia? A Muriel non erano mai andate giù le ingiustizie, si era spesso battuta per i diritti degli altri e ora, per i diritti suoi e di quelli come lei, non poteva fare niente? Non riusciva a capire come combattere una simile ingiustizia. Come si lotta contro un gruppo di torturatori che sembra avere la legge dalla sua parte?

Muriel continuava a vivere nel timore di ammalarsi nuovamente. Cercava in ogni modo di non venire a contatto con germi di varia natura e di prevenire ogni tipo di disturbo e malattia che la costringesse a letto, ma era impossibile escludere che non sarebbe più accaduto. Se il caso si fosse ripetuto, sapeva che non avrebbe sopportato di essere torturata ancora una volta. Le sembrava incredibile che nessuno degli altri ammalati, una volta guarito, non si ribellasse.
Capitava di parlare con i colleghi dell’argomento. Tutti erano d’accordo con lei sull’ingiusto trattamento dei lavoratori malati, ma nessuno sembrava sapere cosa fare se non subìre. Subìre e basta. Brontolavano tra loro perchè chi avrebbe potuto chiedere maggior giustizia non alzava un dito per difendere chi veniva calpestato e torturato, ma poi tutto finiva lì. Sembrava che non ci fosse niente da fare.
“In un mondo che si scandalizza tanto per i governi in cui esiste ancora ufficialmente la tortura, una società che protesta per i paesi chiamati terzo mondo in cui i lavoratori si dice siano sfruttati e senza diritti, in un mondo che condanna in toto la lapidazione, che si scandalizza e insorge contro i trattamenti dei presunti terroristi a Guantanamo, che condanna le dittature e la crudeltà, come è possibile che una cosa simile passi completamente inosservata e, anzi, sia considerata normale?” si chiedeva Muriel sempre più allibita nel constatare la completa rassegnazione dei colleghi e l’accettazione da parte di tutti gli altri di un trattamento così assurdamente crudele e ingiusto.
“Ci sarà pure qualcuno che desidera porre fine alla crudeltà con cui in questo paese si infierisce conto i malati! Ma chi? E come? Cambiare le leggi ingiuste al giorno d’oggi non è facile, non sono più i tempi in cui un re guerriero e giusto poteva in quattro e quattr’otto spodestare il tiranno, proclamare un rinnovamento del regno e abolire una legge crudele con una semplice dichiarazione pubblica o, al massimo, un editto scritto lì per lì. Non ci sono più guerrieri impavidi e altruisti che combattono i potenti cattivi e i draghi. I draghi odierni vengono lasciati impunemente sputare fuoco sulla povera gente e fanno lega con i tiranni. Le tecniche di tortura più raffinate sono anche le più difficili da riconoscere e abolire. La pena capitale ufficialmente non esiste più in gran parte dei paesi cosiddetti civili, ma viene perpetrata ogni giorno sui più deboli e sui più poveri con metodi così sottili che la maggior parte della gente non se ne accorge neppure finchè non è troppo tardi. Cosa posso fare io da sola?”.
Il desiderio di agire contro l’ingiustizia si faceva sempre più forte in Muriel, ma non sapeva davvero da dove incominciare. Provò a parlarne con un tipo dei sindacati, un sindacalista qualunque di un sindacato qualunque, ma non ebbe risposte soddisfacenti. C’era una legge che prescriveva la vista fiscale, il controllo, fatto apposta per combattere l’assenteismo. Ma non era certo contro gli assenteisti, i furbi, i disonesti che questa legge era stata fatta. Si capisce perfettamente che se uno vuole imbrogliare, rubare, truffare, ci riesce benissimo. Sono soltanto i malati, quelli veri, che ci rimettono. E’ una legge fatta solo ed esclusivamente contro di loro. Le terribili esperienze di Muriel ne erano la prova. Ma vai a farlo capire al sindacalista! Sembrava che a lui non importasse un bel niente del fatto che i malati fossero torturati, non aveva davvero intenzione di fare proprio niente. Nessun aiuto da quella parte. A chi altro rivolgersi? Così per poter dire di avere tentato tutto, Muriel provò a parlarne ancora con qualcuno in un altro sindacato. Stessa storia, stessa reazione deludente. Il tribunale del malato si occupava soltanto di relazioni con il personale sanitario, gli ospedali, gli ambulatori, ma dei malati lavoratori torturati non fregava niente a nessuno nemmeno lì. Fece una ricerca in internet per vedere se ci fosse un’associazione, un partito, qualcuno a cui importasse. Niente. Nessuno sembrava interessato a difendere questi deboli, i lavoratori ammalati. Sempre più nauseata, Muriel continuava a cercare una soluzione senza trovarla, mentre cresceva in lei il timore di ammalarsi e di essere sottoposta ancora ad una tortura che le causava ormai solo incubi. Sembrava l’unica a cui interessasse una questione così importante, eppure non era la sola ad averla subìta e a doverla probabilmente subìre ancora in futuro. Era lei l’unica a voler fare giustizia, ma non sapeva come. Lei così sola non avrebbe potuto mettere le cose a posto, ma qualcosa poteva fare. Doveva provarci. Pensò e ripensò e a poco a poco nacque in lei l’idea e crebbe. Ci voleva un gesto che coinvolgesse il maggior numero di torturatori.
Certo, non tutti. Non sarebbe stata di sicuro una soluzione definitiva. Avrebbero dovuto esserci tanti altri come lei per ripulire il paese da tutta quella sadica gentaglia. Ma forse poi qualcuno avrebbe capito e seguito il suo esempio. Forse ce ne sarebbero stati altri. L’unica idea buona era quella. L’unico modo per iniziare. L’unico, per lo meno, tra quelli che le erano venuti in mente, che lei avesse la possibilità di realizzare. Non troppo facile da mettere in pratica, per lei che non era esperta di certi metodi, ma neppure tanto difficile. Bastava un po’ di organizzazione e di iniziativa. Prima doveva raccogliere tutte le informazioni possibili. Quelle sul nemico erano a portata di mano, nessun problema. Era la preparazione materiale che doveva essere ben organizzata. E Muriel si mise al lavoro con cura. Lesse molti articoli e studiò i materiali necessari, dove e come procurarseli. In breve tempo si sentì pronta. Attese il giorno in cui riuscì a svegliarsi presto particolarmente in forma e subito telefonò alla solita segreteria.
“Sto male, prendo un giorno di permesso per malattia”  disse. Questa era la prima volta nella sua vita che Muriel mentiva, affermando di essere malata mentre stava benissimo.
“Un giorno solo? Sei sicura?” chiese la segretaria
“Si , si, è una cosa da poco, in un giorno certamente risolverò tutto” rispose, sorridendo sardonicamente.
Era impaziente di realizzare subito il suo piano e per questo era necessario che l’assenza fosse di un solo giorno. Attendere ancora sarebbe stato inutile.
Non chiamò il suo medico e non attese che arrivasse il controllore. Semplicemente, non rispose quando qualcuno citofonò due volte e non aprì quando sentì suonare il campanello. Più tardi scese e trovò nella cassetta delle lettere la cartolina del controllore. Dato che non si era fatta trovare, per il cosiddetto medico fiscale lei era risultata assente. Le aveva lasciato la convocazione per il giorno seguente, presso il centro sanitario dove al mattino si riunivano i controllori prima di uscire per le loro cosiddette visite fiscali. Avrebbe dovuto giustificarsi per non essersi trovata a casa in un giorno in cui aveva dichiarato di essere malata. Bene. Muriel sorrise. Questa circostanza che tempo prima l’aveva così preoccupata da costringerla a dormire sdraiata febbricitante sul tappeto dell’ingresso o a restare per ore dolorosamente attaccata alla porta, seduta malamente su una sedia da giardino, ora non la spaventava più. Anzi, era proprio quello che voleva.
Il mattino seguente si recò di buon’ora presso il centro sanitario. I controllori erano appena arrivati tutti. Alla donna che incontrò per prima, Muriel spiegò che aveva ricevuto la convocazione. La donna si qualificò come dottoressa e le disse che doveva attendere qualche minuto.
“I medici fiscali sono già tutti qui? – si informò Muriel.
“Si, certo che ci siamo tutti- rispose la dottoressa, accennando ad una stanza da cui arrivavano le voci dei torturatori - ora la riceverà uno di noi, abbia solo un attimo di pazienza, ci vorrà poco, faremo presto, poi dobbiano uscire per le visite”
“Oh, si, grazie!” rispose sorridendo gentilmente Muriel. “ Le chiamano visite, i bastardi. Usciamo per le torture, dovrebbero dire! – riflettè - Sono tutti qui, bene” pensò soddisfatta e si avvicinò alla porta della stanza in cui il bel gruppetto sembrava già pronto ad eseguire i propri esecrabili sadici compiti.
Muriel aveva imparato ciò che le serviva e si era preparata con molta accuratezza. Infilò una  mano nella tasca della giacca imbottita. Una imbottitura speciale e abbondante. 
“Per questo genere di cose, i terroristi kamikaze sono di sicuro i migliori!” si disse,  continuando a sorridere.
Spalancò la porta della stanza in cui i controllori stavano chiacchierando, si rivolse a loro dicendo “Voglio giustizia per me e per i poveri malati che avete torturato! Almeno voi non farete più del male alla povera gente!”. I torturatori la guardarono meravigliati. Muriel non diede loro il tempo di replicare. Era un piccolissimo atto di giustizia, ma era pur sempre qualcosa che Muriel doveva a sé stessa e ad altri poveri malati. Con enorme soddisfazione tirò il cordino che aveva tenuto arrotolato nella tasca e che era collegato alla speciale imbottitura esplosiva della giacca.



L’UDIENZA


Il mio avvocato mi ha lasciata da sola. Il mio caso non è abbastanza importante. Ha un’altra udienza in un’altra città. Mi assisterà sua moglie, anche lei avvocato. La incontro il mattino, qualche minuto prima dell’udienza, fuori dal tribunale. E’ quasi una bambina. Entriamo. Ecco l’aula. Il mio “ancora marito” è lì, con il suo avvocato, una che sa bene il fatto suo, una in gamba. Saluti formali. Sono a disagio, mi sento anche un po’ male. Ci sediamo in attesa che il giudice, una donna, si liberi dal precedente appuntamento. E’ già mezzogiorno passato. Come avvolta nella nebbia sento che il mio ex e il suo avvocato parlano di me e come intontita rispondo qualcosa sul fatto che mio marito ha un’altra donna. Il suo avvocato, in modo molto aggressivo, mi dice che anche io ho una relazione. COSA? Una relazione io? Ma cosa dice, non è proprio nelle mie corde, mai avuto una relazione con qualcun altro da quando ho conosciuto mio marito, fin da ragazzi. Cosa hanno inventato? Proprio si sbaglia, le rispondo e le dico che sono pronta a sottopormi a qualunque tipo di test, nessuno potrebbe mai provare il contrario. Vorrei continuare a dirle anche che problemi di salute e questioni di vario genere mi impediscono persino di desiderare di avere una relazione con un altro uomo, ma non ho più la forza e nemmeno la voglia di parlare.  
Esce qualcuno dallo studio del giudice e mio marito, con il suo avvocato, vengono chiamati. Entrano e spariscono per un tempo lunghissimo. Noi due sedute lì fuori, la giovanissima moglie del mio avvocato ed io, in attesa. Continuo a sentirmi male, mi sento confusa e non vedo l’ora che sia finita. Ho dovuto chiedere un permesso al lavoro e vorrei solo essere a casa. Poi finalmente la porta si apre. E’ il mio turno. La giudice fa entrare me e il mio avvocato, ma insieme a noi fa entrare anche mio marito e il suo avvocato. Ma come? Non abbiamo il diritto anche noi di essere ascoltate da sole, come loro poco prima? La giudice fa un accenno al fatto che è già tardi, forse ha fame. Io invece sento lo stomaco chiuso, vorrei fuggire da lì e non riesco neppure ad aprire la bocca per parlare. Non parla neppure il mio avvocato, o meglio, quella specie di sostituta del mio avvocato. Non chiede che anche a me venga riservato lo stesso trattamento, non chiede che possiamo anche noi parlare con il giudice senza la presenza di quei due, mio marito e il suo avvocato. Loro stanno lì, in piedi, appoggiati ad uno scaffale. Mi sembrano due avvoltoi pronti a volare sul moribondo per divorarlo. Ma perchè stanno lì? Forse è un processo? Di colpo mi sembra di essere un’imputata accusata di un crimine. Sembra proprio che tutti siano convinti che ormai non ci sia più niente da dire. Sembra che abbiano già deciso che sono colpevole. Ma di cosa? Non è una semplice udienza di separazione? Separazione consensuale, dovrebbe essere così, anche se con un avvocato come Perry Mason sicuramente avrei motivo di fare causa e vincerla e ottenere un bel po’ di denaro. Ma non siamo in un film americano. Non siamo neppure in America dove certe cose contano. Qui le donne separate hanno quasi sempre torto. Così credo che firmerò quello che vogliono, se non sarà proprio tremendo e la faremo finita. Non è un processo. Perchè allora quell’atmosfera di accusa, come se dovessero emettere una condanna? La giudice mi fa accomodare e quella specie di avvocato-bambina si siede accanto a me. Velocemente la giudice mi legge delle carte, c’è qualcosa che sembra dipingere mio marito come l’uomo più buono e generoso del mondo. Si parla di denaro e di casa. Il mio avvocato continua a tacere e io capisco che mi stanno attribuendo la parte della donna esigente, cattiva, colpevole di non so cosa. Ma se è sempre stato lui a trattare male me e la bambina, se è lui che ha avuto altre donne, se è stato lui a far sparire tutti i soldi che gli avevo affidato, anche quelli che gli avevo dato per nostra figlia. Ed è sempre stato lui a dire cose pesanti in casa di fronte alla piccola, ad avere atteggiamenti volgari e discutibili, ad evitare di insegnarle qualunque principio etico, ridendo dei miei sforzi per insegnarne qualcuno a nostra figlia, a non interessarsi minimamente di come cresceva, facendo dire alla bambina  già a quattro anni: “Papà non mi vuole bene”. Ed io a cercare di convincerla che non fosse così, per darle sicurezza, per non farla soffrire, perchè all’inizio credevo davvero che lui in qualche modo amasse sua figlia. Solo dopo ho capito che lei aveva ragione...Tutti i miei sforzi per tenere unita la famiglia, tutti i miei sforzi per convincere quell’uomo ad essere almeno un padre decente sono stati vani. Ora mi trovo qui, davanti ad un giudice che mi fa domande e appena accenno a rispondere, l’avvocato di mio marito risponde per me, contesta ogni cosa che dico appena apro la bocca, fa apparire me come una donna egoista, perfida, e lui come un santo, un pover’uomo che deve rifarsi una vita, costretto a tornare a vivere dai genitori. So bene che lui guadagna molto, ma quasi tutto in nero e che la mossa di chiedere la residenza presso i suoi è solo un modo per far credere di essere rimasto un poveretto senza casa. In realtà ha già un appartamento con un’altra, ma è furbo e non risulta all’anagrafe. Offrono una miseria per il mantenimento della bambina e quando parlo di cure costose che dobbiamo fare entrambe per una malattia di tipo ereditario, nessuno mi ascolta, neppure il giudice, che sembra invece avercela con me. Le faccio solo perdere tempo e deve andare a pranzo. Cosa le avranno raccontato di me in quel tempo lunghissimo che hanno trascorso insieme?  Vorrei piangere e urlare contro di loro, contro l’ingiustizia, ma cerco di trattenermi. Ho paura di dire o fare qualcosa di sbagliato e quello è un giudice, magari dico qualcosa che può essere interpretato come un oltraggio e allora mi trattengo. Non so cosa dire nè come parlare. L’avvocato-bambina tace, si limita a guardarmi con simpatia e compassione. Mi sento come un condannato all’ergastolo o alla pena capitale senza avere commesso alcun reato. Come la vittima di un errore giudiziario. Firmo qualcosa e ci alziamo. Saluti formali. Saluto l’avvocato-bambina e con la mente ancora annebbiata vado a casa. Qui racconto tutto a mia figlia e solo allora torno lucida e mi rendo conto della terribile ingiustizia di cui sono stata vittima. Ma ormai è troppo tardi.


Lo era allora. Troppo tardi, intendo. Lo era per avere un trattamento equo, giusto. ma non per avere giustizia. Non è tardi per punire i colpevoli. C’è qualcuno che potrebbe aiutarmi. Ho trovato il recapito. Non ho ancora capito bene come funzioni, ma sembrano fantastici. Solo, devo lasciar fare a loro, io non posso intervenire. Fornisco soltanto i particolari e i dati in mio possesso. E’ una cosa bellissima. Ci vorrà tempo, per non destare alcun sospetto, ma avrò pazienza. Ora so che qualcuno farà giustizia per me.